Vincere è l’idea di non perdere.
Hai perso. Basta un attimo, una volta sola, e in quel momento sei fuori.
Sono preparato e ci penso da due settimane. Nulla di importante, ma estremamente significativo. Ho scelto di farlo e lo faccio nel miglior modo possibile, permeabile ad ogni utile indicazione che questo percorso personale può portare.
Pretesto
Considero quell’arrivo, un buon pretesto per arrivarci camminando, senza correre, fermo sui miei piedi saldi a terra. E’ un obbiettivo che rende senso al percorso, al suo essere mezzo e non fine. Acquista l’importanza esile del significato che gli ho assegnato. Sottile è il senso profondo delle cose inutili.
Mi scaldo aspettando il mio turno, saltello e allungo i miei muscoli allenati. Faccio quello che fanno gli altri, ma mi sembra di essere solo in mezzo a centinaia di altri simili.
C’è tempo, ci chiamano a coppie. Penso e ripenso ai 76 movimenti che ho ripetuto mille volte e son quelli, non si scampa, ma il sudore si raffredda come una lama che scivola lungo la schiena.
Bisogna muoversi
È facile, ti sembra facile. Lo sai, li sai e ti confronti con ogni coppia che passa. Hai fatto cose più difficili nella tua vita: esami, spettacoli, dischi, viaggi, verticali sulle mani e parole scritte con la sinistra. Lo sai, li sai e non ci sono scuse.
Eliminazione diretta, come in quelle vite vissute intensamente, magari decine d' anni fà dai nostri nonni, oppure oggi, come succede in qualche angolo del mondo in cui le persone non si possono permettere alternative, chance.
Quello è, e se passi bene, vai avanti. Altrimenti ti siedi composto di lato e aspetti che ti scorra davanti la vita degli altri, fino alla fine... con le loro tensioni, le loro emozioni, le allegrie e le tristezze che quasi ti sembra di condividere, che vuoi condividere e che rubi dai loro sguardi, dalla soggettiva dei loro occhi.
Va bene, ancora una coppia e tocca a me.
Son deciso, guarderò con avidità ogni loro movimento per trarne conseguenze sul mio. Qualche minuto ancora e sarò io al posto loro. Basta stare li con la pancia in avanti e lo sguardo fisso intorno, concentarati su ogni gesto, sul respiro e sulla forza da imprimere ad ogni centimetro del mio corpo.
Proprio come camminare con eleganza e disinvoltura... semba facile.
Si prepara il primo e chiamano il secondo. Lui immobile guarda dritto, evidentemente teso, non muove le pupille. È più giovane di me, forse non ha ancora finito la scuola e suo madre è certamente là che lo fissa, lui non ci pensa. Il silenzio e ancora il nome dello sfidante rimbomba nel palazzetto, mentre qualcuno si guarda intorno per cogliere informazioni su quell’assenza. Ancora immobile, preparato e attento il ragazzo ascolta ogni parola che sente e nella sua testa scandisce chiaro quel che vorrebbe che fosse. Esita invece chi gli sta intorno e, con un leggero imbarazzo che non si addice al ruolo conferitogli, annunciano la sua vittoria senza sfida. Non sa se essere felice o scontento, o meglio, chi interpreta quella situazione e si immedesima nel ragazzo si domanda che sensazione proverebbe.
Improvvisamente tocca a me. Preso, sbattutto, stanco, teso... di corsa si fan poche cose bene, una è correre. Salgo e ripasso la storia rapidamente, da capoverso a capoverso, l’inizio di ogni gesto. Silenzio e tocca a me.
Quando ti sembra impossibile sbagliare è il momento giusto per stare attento ad ogni movimento. È trovare la giusta tensione.
Io ho sbagliato e ho perso.
È bastato quell’attimo, un solo momento, per essere accompagnato fuori.
Composto, saluto e mi siedo di lato.
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